martedì 18 dicembre 2007

Luttazzi offre sul palco il Decameron che non vedremo

Il freddo intenso della domenica sera non è bastato a scoraggiare le centinaia di persone che hanno riempito il teatro Ambra Jovinelli, a Roma, per assistere alla «serata Decameron»: la sesta puntata dello show di Daniele Luttazzi, sospeso da La7 la settimana scorsa dopo le battute su Giuliano Ferrara. Per cercare di soddisfare tutte le richieste, la direzione dell’Ambra Jovinelli ha anche piazzato uno schermo gigante nel piazzale davanti l’ingresso del teatro. La performance di Luttazzi è diventata una specie di manifestazione spontanea contro la censura.

A sorpresa, il comico romagnolo ha dedicato a Ferrara e alla polemica con La7 solo le battute iniziali. Poi, gran parte dello show è stato diretto contro la chiesa cattolica e soprattutto contro Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. Dei quattro temi di Decameron, politica sesso religione e morte, la serata si è concentrata sulla religione. Forse in questo modo Luttazzi ha voluto dare sostegno alle voci secondo le quali la battuta su Ferrara nudo nella vasca da bagno sarebbe stata solo il pretesto per chiudere Decameron. La vera ragione della censura sarebbe stata la critica all’ultima enciclica di Ratzinger, la «Spe salvi», pubblicata qualche giorno fa. «Ratzinger dice che la scienza non salva l’uomo – ha detto Luttazzi in una delle raffiche più applaudite – allora potrebbe smettere di prendere antibiotici»; «la chiesa cattolica difende un pensiero magico, tanto vale tornare a consultare le interiora dei polli»; «se dio avesse voluto farci credere in lui, semplicemente sarebbe esistito» e a proposito della sperimentazione della pillola Ru486: «se gli uomini rimanessero incinti, gli aborti si potrebbero fare anche dal barbiere»; «Ricordo che ero in tourné quando Ratzinger è stato eletto papa e la prima battuta a caldo fu ‘Eletto Ratzinger, rinnovata la condanna a Galileo’. Ora posso dire che avevo ragione».
Lo spettacolo non è stato un one man show. Sul palco hanno partecipato anche gli attori che comparivano nei «Dialoghi platonici» del Decameron televisivo e davano voce e volto ai personaggi che scandivano la trasmissione. Senza le interruzioni della pubblicità, peraltro, la scansione dello show assume un senso nuovo e molto più accattivante. Saltellando tra satira politica, lezioni di scetticismo filosofico e incursioni nella «risata verde» delle battute più acri, Luttazzi ha inondato il pubblico con quasi due ore di spettacolo. L’ossatura erano i testi preparati per la puntata di Decameron che non vedremo mai, ma con robusti innesti delle «Lepidezze postribolari» pubblicate un anno fa e alcune battute già collaudate nelle cinque puntate del suo show trasmesse da La7. Nonostante il Natale, Luttazzi non è stato più buono, anzi: il centrosinistra, la sua debolezza politica e culturale, sono stati uno dei bersagli preferiti dei raid nell’attualità politica [«Prodi ricoverato per allucinazioni, crede di essere a capo di una coalizione; Grazie alla ricerca sulle cellule staminali è stata trovata la cura per rigenerare la spina dorsale del centrosinistra»], che non ha risparmiato il sindaco di Roma e leader del Pd Walter Veltroni. Luttazzi ha ricordato sia la «contrattazione» tra Veltroni e il Vaticano per la creazione di un registro delle unioni civili nel comune di Roma, sia la trattativa con Berlusconi. Niente battute su questo tema: «Veltroni ha detto che in questo modo si chiude la stagione dell’odio. Solo che così ha legittimato il discorso di Berlusconi che ha sempre detto di essere odiato. L’odio, però, è un sentimento inspiegabile, irrazionale e immotivato… Berlusconi non suscita odio, ma schifo».
In platea, mischiati tra il pubblico, anche Corrado e Sabina Guzzanti. Quando Luttazzi li ha salutati, l’ombra dei Veltroni, Rutelli, Bertinotti e Prodi fatti da Corrado Guzzanti, così come il D’Alema di Sabina hanno aleggiato per alcuni secondi sul pubblico che applaudiva. Era un ringraziamento a chi aveva consegnato alla verità della satira l’aver intuito, con anni di anticipio, che l’Italia avrebbe avuto ben poco da ridere.

Tratto da Carta*

lunedì 17 dicembre 2007

"Manganellate" vigliacche di Gasparri contro la senatrice Haidi Giuliani


Il deputato di An: «Carlo Giuliani è morto e la madre va a Palazzo Madama»

Fin da quando era un pischello missino, al Tasso di Roma, dedito a menar le mani assai più che agli studi classici, Maurizio Gasparri appariva quello che era: un fascista volgare e violento, nella politica come nel profondo della sua anima (posto che ne abbia una). Uno che straparlava e minacciava. Uno che firmava leggi (berlusconiane) senza nemmeno averle lette. Uno dei peggiori prodotti della "conversione democratica" dal Msi ad Alleanza nazionale. Ora, però, Gasparri ha superato ogni limite e ogni decenza: non solo ha detto che a Genova, nelle giornate di luglio del 2001, c'erano trecentomila "delinquenti", non solo, come al suo solito, ha esaltato galera e repressione, non solo è arrivato a chiedere una commissione d'inchiesta contro i parlamentari della sinistra che, allora, manifestarono dentro e con quel movimento, ma si è permesso di insultare Haidi Giuliani con parole pesanti come un manganello. Si è permesso di accusare la nostra senatrice di "speculazione politica", sul corpo di un figlio ammazzato che ancora non ha avuto giustizia, insomma di aver usato Carlo come alibi per fare carriera parlamentare. Confesso, quando ho letto il dispaccio di agenzia relativo, di aver avuto un moto incontrollato di rabbia, disgusto, ribrezzo: come si fa ad essere così cattivi e vigliacchi? Come si può, in nome di una polemica politica assurda e infondata, colpire al cuore una donna straordinaria come Haidi, che da oltre sei anni è in lotta con il mondo (e con se stessa) per ottenere un po', almeno un po' di giustizia e di verità? Come è possibile che, nelle regole dello scontro politico, non ci sia il dovere basilare del rispetto che si deve sempre e comunque all'Altro e all'Altra, anche la più lontana da te? Lo sappiano non Maurizio Gasparri (al quale auguriamo, come nonviolenti, la vita squallida nella quale finora è cresciuto e ha perfino fatto carriera), ma i nostri lettori: Haidi ha resistito come ha potuto alla proposta di essere eletta senatrice. Non voleva assolutamente accettare, perché, diceva, "non sono all'altezza", "non sono una politica" - e ancora lo dice, glielo vedo scritto sul suo volto bello e fiero quasi ogni giorno, così come la vedo meditare tante volte la voglia di andarsene, di fuggire, di tornare "a casa". Siamo noi ad averla costretta a scegliere quest'altra sede di lotta che è per noi il Parlamento repubblicano, nel quale, nonostante tutto, crediamo profondamente. Siamo noi a costringerla a resistere, a restare insieme a noi, perchè Genova resta per tutti noi il luogo dove è ricominciato il conflitto di massa, la politica di massa per la trasformazione, la voglia irresistibile di un altro mondo. Un mondo senza gasparri -o dove i gasparri, se ancora ci sono, tacciono e diventano, per primi, rossi di vergogna. Cara Heidi, nell'abbracciarti ti voglio dire: ecco un'altra piccola ma sostanziale ragione della tua, della nostra scelta. Nonostante tutto, nonostante quella impudica sentenza, nonostante il dolore e le ferite che non si rimarginano, la lotta continua.

Rina Gagliardi tratto da Liberazione del 16/12/2007

domenica 16 dicembre 2007

Vicenza in 80.000 per dire no alla base

La voce sale di tono ed alla fine è quasi un urlo liberatorio: «Siamo più di ottantamila persone, forse centomila. La cosa del corteo è ancora chilometri indietro». La risposta sono fischietti impazziti, battimani a ripetizione, bandiere bianche con la scritta «No Dal Molin». «NoTav», «No Mose», «No F35» sbandierate con forza. Ogni dubbio, ogni timore si è sciolto come la neve che aveva imbiancato la città durante la notte. Sin dalla mattina i volti scrutavano la stazione di Vicenza per vedere se i treni portavano manifestanti. A Milano arrivano voci di piccoli tafferugli perché la polizia non voleva far partire i manifestanti, mentre molti pullman erano in ritardo per le nevicate della notte e del primo mattino.
Ma i timori più forti erano dovuti a quella dichiarazione del presidente della repubblica Giorgio Napoletano che, in visita negli Stati Uniti, aveva mandato a dire che la decisione era presa, che i contrari potevano scrivere lettere o fare altro, tanto nulla avrebbe portato il governo a cambiare la sua scelta. Era dunque inutile anche manifestare in piazza il dissenso e che era per questo meglio restare a casa. Invece la manifestazione di Vicenza contro il raddoppio della base militare statunitense è andata al di là delle più ottimistiche previsioni degli organizzatori. Non ci sono state neanche le contestazioni a ministri o esponenti di partito presenti nel governo Prodi. Anche perché quelli che sono venuti nella città veneta erano davvero pochi. Giovanni Russo Spena, Francesco Caruso, Lalla Tropia di Rifondazione comunista. Franco Turigliatto, eletto nelle file di Rifondazione comunista e ora all'interno dell'avventura di Sinistra critica dopo essere uscito dal partito di Franco Giordano. E se Francesco Caruso faceva avanti e indietro per poi fermarsi nei pressi del camion dei Giovani comunisti, gli altri parlamentari erano invisibili, come fantasmatico era lo striscione firmato da «Sinistra arcobaleno», schiacciato tra i militanti del partito comunista dei lavoratori di Ferrando e la galassia dei gruppi anarchici presenti nel corteo.
Già, perché la lettura politica della manifestazione di ieri è abbastanza chiara. Le ottanta, centomila persone che hanno percorso in lungo e largo la città veneta hanno espresso una distanza siderale da quanto avviene a Montecitorio o nelle segreterie dei partiti, nessuno escluso, anche se le critiche più feroci erano indirizzate contro il governo Prodi e la sua ala sinistra, colpevoli secondo i manifesti di aver disatteso le promesse elettorale e gli impegni presi da parte di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi di porre all'ordine del giorno un ripensamento sulla decisione di raddoppiare la base statunitense. Come reagirà il centrosinistra al successo della manifestazione è però argomento del giorno dopo. Più importante è cercare di capire come continueranno la mobilitazioni contro l'inizio dei lavori. Perché i protagonisti della manifestazione sono le donne e gli uomini che hanno reagito alla «strategia del silenzio» e hanno pacificamente occupato Vicenza.
Gran parte dei manifestanti hanno scelto di mettersi dietro il camion del presidio permanente. Sono scout, over-quaranta con un significativo curriculum di pacifismo «radicale» alle spalle, attivisti dei centri sociali di ogni dove, militanti dei sindacati di base, abitanti della Val di Susa, agit prop dei comitati contro gli inceneritori della Campania. Tanti, tantissimi i vicentini, che hanno ritmato per tutto il corteo la loro opposizione alla base militare delle loro città, sostenendo con gli striscioni e i - pochi - slogan che il rifiuto dei lavori non è dovuto certo alla convinzione di mantenere lo status quo vicentino. Con un linguaggio avvertito si potrebbe dire che sono l'altra città, quella che non ama il «modello di sviluppo del nord-est». In un melange di generazioni, culture politiche diverse.
I «No Tav» si sentono quasi a casa loro. E quando dal palco un loro portavoce invita a «resistere per esistere» e che tra Vicenza e la Val di Susa non ci sono molte differenze, allude a una tessitura di una rete - sociale e politica - che pensa di poter far valere le proprie ragioni attraverso la costruzione di un consenso che guardi tuttavia criticamente alle realtà locali da cui prendono avvio le mobilitazioni. In fondo, sono stati proprio i valsusini ad affermare che il rifiuto della Tav non era teso a mantenere la realtà così come è, ma per affermare il diritto a prendere il destino nelle proprie mani. La posta in gioco è proprio questa. Che dalle polis greche in poi è problema di democrazia, cioè di chi prende la parola perché non ha mai avuto il potere di farlo.
Il corteo ha attraversato in lungo e largo la città. Ha attraversato quartieri dove la «strategia della tensione» ha portato a chiudere negozi e a sprangare le finestre. Ma quando poi il corteo ha toccato lateralmente il centro cittadino, i negozi erano invece aperti. Infine, i comizi finali con delegati da tutta Europa e dagli Stati Uniti (molti i gruppi di statunitensi, da quelli contro la guerra in Iraq a quelli dei veterani del Golfo a quelli che chiedono l'impeachment di George W. Bush). Hanno preso la parola Dario Fo, che ha definito pazzi gli esponenti del centrosinistra che si schierano contro i loro elettori, mentre parole al vetriolo sono state pronunciate contro il presidente della repubblica («è andato negli Stati Uniti dove ha fatto la first lady di George Bush»). Don Gallo ha infine preso la parola per definire «figli di puttana» chi ha deciso il raddoppio della base. Espressione per cui valgono le parole della scrittrice Arundhati Roy: «Avrà forse ragione, ma non mi piacciono le persone che insultano le donne».
Poi il corteo si è nuovamente messo in marcia per raggiungere l'area dove è previsto il raddoppio della base militare. A guastare la festa ci ha provato Trenitalia che non voleva far partire i manifestanti venuti da fuori perché non avevano pagato il biglietto. Momenti di tensione, ma poi è intervenuto Gino Sperandio, altro deputato di Rifondazione comunista presente al corteo, che ha pagato il prezzo imposto da Trenitalia
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sabato 15 dicembre 2007

Genova G8, processo ai manifestanti: sentenza vergogna

Nelle aule di giustizia di questo Paese, alle spalle del collegio giudicante, campeggia la scritta la legge è uguale per tutti. Un qualche cosa di grottesco, se non offensivo, per molti di coloro che hanno avuto la sventura di sperimentare il nostro sistema penale. A questo aforisma smentito dalla cronaca di tutti i giorni l’ingegnere leghista Castelli, in qualità di responsabile del ministero della Giustizia, ne fece aggiungere un altro, mai rimosso e se possibile ancora più surreale: la legge è amministrata in nome del popolo.

Oggi, dopo la fulminea archiviazione dell’omicidio di Carlo Giuliani, rimasto senza un colpevole, e dopo un estenuante dibattimento durato quasi tre anni, il tribunale di Genova ha emesso in nome del popolo italiano la sua sentenza di condanna per ventiquattro di quelle centinaia di migliaia di attivisti che nel luglio 2001 ebbero a opporsi all’illegittimità di un vertice che consegnava a pochi potenti il potere di vita o di morte in ordine al destino delle popolazioni di tutto il pianeta. Tutti condannati, tranne un’imputata che è stata assolta per non aver commesso il fatto, con pene che partono da un minimo di cinque mesiundici anni di reclusione.
A dieci imputati è stata riconosciuta l’accusa di devastazione e saccheggio, "solo" resistenza per i manifestanti dello spezzone del Carlini. 102 anni di reclusione complessivi, rispetto ai 225 richiesti dai Pm Canepa e Canciani.
all’incredibile tetto di

Questa sentenza rappresenta il trionfo dello slittamento del conflitto sociale all’interno della normativa penale. Ventiquattro capri espiatori, diversificati per provenienza ed estrazione, per poter esercitare su di loro una giustizia altrettanto diversificata. Per sperimentare la tenuta di "nuovi" reati, quali devastazione e saccheggio, a fronte dei "vecchi" e obsoleti resistenza e danneggiamento.
Per riscrivere, soprattutto, una pagina di storia che assolve preventivamente l’operato di quattro corpi di polizia impegnati in un fine settimana di guerra interna, pochissimi dei quali sono imputati in processi che marciano spediti verso la prescrizione, e consegnare a una illegittimità duramente sanzionata quel "diritto di resistenza" che, praticato e sedimentatosi nelle strade e nelle piazze di Genova contro una violenza programmata e omicida, è divenuto riferimento paradigmatico per le successive lotte maturate in tutti i quadranti del territorio europeo.

Questa sentenza parla alle genti della Val di Susa, del Dal Molin, dei territori in cui vengono gestiti lager per migranti, a tutti coloro che lottano per una migliore qualità della vita. Dice loro che se qualche Defender, qualche treno o qualche carro armato passerà sopra a uno di quei corpi a pagare sarà qualche devastatore o resistente, magari in "compartecipazione psichica". A loro diciamo invece che saremo ancora e sempre davanti alle camionette, ai blindati, ai treni, alle ruspe, ai cpt, a tutto ciò che rappresenta prevaricazione e negazione della libertà. Perché questa è la legge uguale per tutti noi. Perché il popolo siamo noi.

venerdì 14 dicembre 2007

La rabbia operaia giusta e sola

Torino, manifestazione contro quattro omicidi di operai mentre altri tre combattono tra la vita e la morte. Nel corteo tra i lavoratori della ThyssenKrupp e i loro familiari c'è rabbia e dolore contro tutto e tutti.

Sono soli, disperati per il dramma, soli quando l'azienda gli comunicò la chiusura della fabbrica, soli quando per tirare avanti qualche mese devono accettare orari di lavoro disumani, soli quando non si fa più prevenzione e non si investe sugli impianti, soli quando pian piano i compagni di lavoro se ne vanno, i più esperti, quelli che conoscevano il pericolo dell'acciaio fuso.

Non possono più ascoltare comizi dal palco, discorsi di responsabilità, promesse o progetti politici semplicemente perché quando la vita non vale niente e chi ti uccide rimane impunito e comanda non puoi che lanciare un urlo lungo, insistente, assordante e poi chiuderti nel silenzio per non permettere a nessuno di entrare dentro il tuo dolore. Siamo sull'orlo del baratro. Un filo dopo l'altro che lega la solidarietà con le forme dell'organizzazione sindacale e politica si sta spezzando. Lo Stato non esiste se non contro i lavoratori. Sento per la prima volta un brivido pesante un serio pericolo per la democrazia. Un intero corpo sociale è espulso: precari e operai sono fuori e chi li uccide può dormire tranquillo. Quando ci fu l'indulto arrivarono molte critiche tra cui quella che si sarebbero scarcerati anche coloro che avevano violato le norme di sicurezza. Andai subito a vedere, non c'era e non c'è un solo imprenditore in carcere per aver ammazzato un operaio. Nemmeno quell'imprenditore di Bergamo che diede fuoco a che gli chiedeva la paga arretrata, nemmeno chi ha spostato il cadavere di un ragazzo dal cantiere alla strada per simulare un incidente. 1.300 morti, mi chiedo: è tutto fatalità, imprudenza, suicidi o ce ne è almeno uno che è stato ucciso per violazione di norme di sicurezza? Almeno per uno che ci sia un processo e qualcuno che va in galera. No, oggi non c'è. Il Governo, il Parlamento, le forze politiche devono dare subito risposte, devono reagire, lo possono fare: si possono impedire assunzioni precarie per lavori pericolosi, si può far funzionare la macchina degli ispettori, si possono chiudere gli impianti pericolosi, si può decidere che esiste in Italia un orario di lavoro massimo regolato per legge. Sono tutte misure che non costano. Lo Stato deve dimostrare che esiste. E Prodi riceve Montezemolo, ancora una volta. Non i sindacati per un piano di emergenza dopo che la ThyssenKrupp ha emanato un comunicato vergognoso e Confindustria non ne ha preso le distanze. Non si può far trascinare nel fango le Istituzioni da chi non ha la dignità morale nel dire cosa fare o non fare, non ha il coraggio di dire che tante imprese che rispettano le norme di sicurezza subiscono concorrenza sleale da chi abbassa i prezzi a scapito della vita di chi lavora. Noi, noi Sinistra che ieri ci siamo detti portatori di un progetto per rappresentare il lavoro oggi lo dobbiamo dimostrare cambiando qualche cosa, subito, per affermare che oltre l'urlo e il silenzio esiste il pianto e la solidarietà che permettono di ricominciare a lottare insieme.

di Maurizio ZIpponi tratto da Liberazione